A qualcuno lo gnocco piace duro: gli

In quel tempo lontano, quando i supermercati non esistevano, si produceva un po’ tutto sotto casa: l’orto dava la frutta e la verdura, il cortile la carne e le uova, e la farina ed il mattarello creavano le forme più diverse di pasta, c’era il formato veloce, quello adatto ai giorni feriali e la pasta della festa.Gli strangulaprievet erano la pasta della domenica. Questi piccoli e gustosissimi gnocchetti di semola, callosissimi e tenaci, da condire con dell’ottimo ragù ed una valanga di formaggio e mozzarella, ancora oggi vengono plasmati nelle cucine ischitane e finiscono fumanti nel piatto di chi sa trovare nei sapori genuini un motivo in più per amare Ischia.

Gli gnocchetti di semola dura sono un piatto antichissimo della mensa campana. Gli storici si dividono sulla origine del termine “strangulaprievet” con il quale sono conosciuti nel napoletano. Le due parole che la compongono sono strangola e previet (preti), quindi in italiano questa pasta dovrebbe chiamarsi strangola-preti, e questo secondo alcuni sarebbe stato un modo divertente per classificare quegli gnocchetti che sono tanto buoni, quanto tenaci e dunque vanno gustati lentamente.

A tal proposito si dice che l’abate Galiani, un buongustaio appassionato del piatto, un giorno per la sua ingordigia se “steve annuzzanne” - strozzando - con questi terribili gnocchetti, da qui l’origine del nome "Strangulaprievete". Ma c’è anche un’altra versione molto più dotta sull’origine timologica del nome e ci viene narrata da Nicola Vottiero. Il vocabolo – come la ricetta – verrebbero secondo Vottiero dall’antica Grecia. “Dall’impasto di acqua, farina e sale si ricavano, arrotolandoli sul tagliere cosparso di farina asciutta, dei bastoncelli a sezione cilindrica, spessi un centimetro, che vengono tagliati in piccoli cilindretti di un paio di centimetri ognuno. I cilindretti vengon poi incavati, facendoli strusciare sul tagliere e tenendoli premuti contro il medesimo col polpastrello o dell’indice o del medio.

Questa doppia operazione dell’arrotolamento e della incavatura ci fa comprendere così perché i verbi greci strangalóo , con i significati di arrotolare, torcere, curvare, e prétho con quelli di comprimere, incavare, siano all’origine del termine composto con cui designiamo i nostri gnocchi”. Ma qualunque sia l’origine del nome resta il fatto che la sua lettura sia divertente e che la ricetta sia buonissima.

Un tempo per le strade di Napoli girava lo gnoccolaro, un venditore ambulante che in un cesto di paglia portava strangolaprievet appena fatti dalle robuste massaie partenopee. Oggi gli strangolaprievet sono uno di quei piatti custoditi con religione gastronomica dalla corrente slow food, che esalta tutti i sapori ed i cibi locali.

Quindi nelle migliori trattorie ischitane vengono ancora preparati secondo l’antica ricetta a cui come unica variante potrete trovare la forma: a cilindro puro o scanalati ed il condimento. Gli integralisti non possono considerare altra salsa per gli amati “strangolaprievet” che il ragù, o meglio rau’ ( di cui in questo sito troverete un articolo dedicato alla mitica salsa napoletana).

Ma c’è anche chi non disdegna, soprattutto quando il termometro sale, un fresco sughetto con il pomodorino fresco, la mozzarella ed il basilico. Poi ci sono coloro che fanno incontrare lo strangolaprievet con la ricotta salata ed altri, della corrente minimal, che li mangiano in bianco con del burro fuso e la salvia. Comunque sia da una cosa non si deroga: che gli strangolaprievet siano durissimi, come la prima cuoca li ha fatti!

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